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Incontri ravvicinati del terzo tipo tra Noto e Red Bank

Ciuffetti di origano e cacicavalli appesi alle assi di legno come nelle case dei contadini di un tempo, e poi ancora trecce di aglio e cipolle come é raro ormai vederne anche in Sicilia. É così il ristorante Basil T’s. Mi avvicino incuriosita al bancone su cui c’è una sfilata di cesti di vimini. Non credo ai miei occhi:  pomodori così li vedi soltanto al mercato di prima mattina, tutti perfetti come fossero frutti di porcellana. Sento una voce alle spalle. Un uomo, coppola storta e maglione color pesca matura allunga la mano, mi dà il benvenuto. È Victor Rallo. Chi vive in Sicilia lo sa, questo è il nome di una grande famiglia. Ci mettiamo nella zona riservata alla degustazione, alle nostre spalle il tavolo con vini, bicchieri e grappoli d’uva. Si avvicina una donna. Mi chiede del tempo in Sicilia. Mi ascolta. Con interesse, mi sembra. Poi mi chiede degli animali. Penso si riferisca all’azienda; le racconto di papere e oche, galline e tacchini. Lei mi chiede ancora qualcosa. Io tentenno. Lei ripete. Non sono sicura di avere capito, non può essere quello che penso. Invece no, ho proprio capito bene. Lei parla di orsi, vuole sapere se ce n’è anche da noi, magari in azienda. Mi viene da dirle per scherzo che ne abbiamo a migliaia. Mi freno. Le dico però che un tempo c’erano gli elefanti. Mi guarda curiosa. Non grandi, preciso, piuttosto piccini come dei pony. Vorrei continuare, dirle che l’idea di Polifemo, il gigante con un solo occhio in fronte di cui parla Omero nell’Odissea, è nata proprio dal ritrovamento di un piccolo cranio di elefante in una grotta accanto Messina. Sto per spiegarglielo ma mi trattengo, sarebbe uno shock troppo forte. La signora ringrazia, saluta cortese e va via. Un’altra si avvicina, fa tante domande, ascolta con occhi un poco distratti. Poi improvvisamente qualcosa la desta. Mi chiede perché siamo bio. Obbligo? Scelta? No, dico, soltanto per filosofia. Il suo occhio é ancora annebbiato. Solleva le spalle, davvero, non riesce a capirne il motivo. Le dico: immagina un figlio che abbia la febbre. Cosa gli dici? Di alzarsi e di andare a scuola comunque si senta? oppure gli dai una carezza, gli chiedi di dirti cosa gli duole. E mentre ti parla lo ascolti, lo rassereni, gli dici che se non sta bene deve prendersi cura di sé. Perché non è un robot. Una cosa é una macchina, un’altra la vita. Non so cosa aggiungere ancora. É così, dico sollevando le spalle, la natura è una creatura che va rispettata, con i suoi tempi. Fisso la donna, mi sento come un UFO che cerchi di spiegare la vita su un altro pianeta. E mentre mi chiedo cosa quella donna può avere capito di questo concetto, vedo una piccola stella in fondo ai suoi occhi. Era questo che stavo cercando! Il contatto c’è stato.

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