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Coraggio a New York e pentimento a Noto

Trovare il giusto nome per un’azienda, un vino, un’associazione o un negozio non è cosa da poco. Entrano in gioco le emozioni, la comunicazione e non ultimo il pericolo che il nome scelto possa risultare “debole” o essere già in uso. La scelta implica quindi un’analisi accurata per evitare di imbroccare una strada sbagliata. E non ultimo ci vuole anche coraggio perché dopo non ci sia pentimento.

Faccio queste considerazioni mentre sono negli States. Sto andando a Ronkonkoma a presentare i miei vini. Un nome del genere, penso mentre la macchina si avventura in mezzo alla nebbia, richiama alla mente il vecchietto sdentato dei western che fuma la pipa e le case con le assi di legno dipinte di bianco che si vedono nei film della Columbia Pictures. Per l’evento si aspettano almeno un centinaio di persone, molti di più se tutti hanno raccolto l’invito. Questo dipende da tanti fattori ma oggi più che mai soprattutto dal tempo. Fuori imperversa la bufera, per la notte è previsto ancora vento gelido e temperature molto sotto lo zero. Forse non è la serata migliore, raramente con un tempo così la gente si avventura fuori casa.

Entro nel locale. Sono un po’ emozionata perché la gente verrà qui  per capire com’è la mia winery  dall’altro lato del pianeta ed io, in poche parole, dovrò fare sentire il calore del sole e il profumo del cibo. E tutto questo in una parte di mondo molto più vicina all’Alaska di quanto io non sia all’Equatore. Sono lì un po’ perplessa seduta al bancone col bicchiere d’acqua davanti mentre la gente continua ad entrare avvolta in pellicce, quando mi viene incontro una donna. E’ Lisa, la proprietaria, che mi dice di stare tranquilla. C’è un po’ di pazzia dentro al mio cuore, aggiunge ridendo e già questo mi sembra familiare perché è proprio questo l’effetto del sole e della lava sulla gente del Sud. Poi la cena inizia e io mi alzo e parlo. E sarà l’aria calda dei condizionatori o il vino che mi sta rincuorando, saranno i maccheroni con le melanzane che hanno proprio il sapore di quelli che preparo io a casa, ma ecco che mi scordo di essere straniera e mi sento un po’ brilla e un po’ spensierata. E intanto si avvicina qualcuno, mi chiede, si informa, e mentre mi sforzo di dare alle parole le forme e i modi di quel mondo lontano che è il Sud Italia, ecco che una signora in perfetto dialetto mi chiede se conosco i cucciddati. La sua voce ha la stessa cadenza, la stessa inflessione di un siciliano incallito. La guardo smarrita, lei mi porge il suo biglietto da visita. Leggo: You Go Girl Long Island e allora mi chiedo dove mai sono finita, perché una cosa così, una pazzia come questa da noi è di casa, ma qua io sono quasi in Alaska. E mi accorgo così si essere in un posto davvero speciale dove un  piatto di pasta e una costoletta di agnello dicono più di tante parole e gli ospiti al commiato mi baciano come se mi conoscessero da sempre. E la sera, tornando in albergo, ancora una volta mi chiedo perché i proprietari abbiano scelto per quel locale un nome così azzardato. Originale e deciso, davvero un bel nome. “Pentimento” per un ristorante è una scelta di grande coraggio.

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